3 Aprile, 2025

Populismo e resistenza partecipativa

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“Populismo” è un termine vago, non definito in modo univoco, ma nelle diverse definizioni frequente è l’accezione dispregiativa. Non tutti gli studiosi concordano nel considerarlo un’ideologia,  per alcuni si tratta di una forma retorica, di uno stile politico o di una prassi politica. Può essere sia di destra, sia di sinistra o non avere alcun orientamento, anche se la crescita del populismo del XXI secolo nel mondo occidentale è indubbiamente di destra. Inoltre, il populismo di oggi è molto diverso da quelli del passato che si sono manifestati nella seconda metà del XIX secolo e poi per tutto il XX secolo.

Malgrado le numerose caratteristiche messe in evidenza dalle definizioni di molti studiosi, che differiscono anche rispetto ai contesti spazio-temporali, è possibile evidenziare tre aspetti principali validi anche oggi.

Il «popolo» è considerato un’unità omogenea che non ammette diversità di idee e posizioni. Le politiche populiste governano come se la volontà del loro popolo (quello della maggioranza degli elettori) fosse la volontà dell’insieme variegato del popolo sovrano. Coloro che non appartengono a quel popolo selezionato, sono nemici da temere e da odiare (oggi soprattutto gli stranieri, gli immigrati). Spesso si fa corrispondere il popolo “vero” a un determinato territorio, alimentando politiche protezioniste e nazionaliste, frequentemente anche anti-europeiste. 

Un leader carismatico guida le politiche populiste, sostenendo che le scelte politiche devono essere espressione della volontà generale del suo popolo, considerato come il solo depositario di valori positivi. La comunicazione, evitando spesso i canali istituzionali, è diretta (oggi sempre più digitale, con messaggi e video diffusi dai social network). Le forme di comunicazione e governo sono spesso propagandistiche, persuasive e demagogiche, con lo scopo principale di ottenere consenso, anche con l’uso della manipolazione e della strumentalizzazione della stessa volontà del popolo.

La società viene divisa in popolo puro vs élite corrotta che persegue solo i propri interessi attraverso una forte contrapposizione verticale. Le élite da combattere oggi non sono quelle economico-finanziarie, ma quelle della politica tradizionale partitocratica, dei saperi esperti o di settori sociali organizzati, come movimenti sindacali, ordini professionali, corporazioni di giornalisti, della magistratura, corpi intermedi in genere. Il populismo vuole scardinare le posizioni di privilegio delle élite corporative per imporre riforme dall’alto senza piegarsi a compromessi e accordi, minando anche lo Stato di diritto.

Insieme a questi tre aspetti, secondo molti studiosi l’attuale populismo è principalmente connotato dal suo intreccio con il potere economico-finanziario del neoliberismo. Per questo è stato anche definito “neopopulismo della post-democrazia”, proprio per mettere in evidenza la crescente e  profonda crisi della democrazia rappresentativa che si aggrava sotto i colpi delle politiche populiste in aumento. Secondo Nadia Urbinati il populismo del XXI secolo si presenta come “una trasformazione interna della democrazia costituzionale, come suo estremo limite oltre il quale i regimi dittatoriali sono pronti ad emergere”. Mentre M. Revelli sostiene che l’attuale populismo è  cresciuto “sulle rovine delle utopie partecipative”.

Quali ripercussioni concrete possono avere i crescenti populismi nelle trasformazioni e rigenerazioni urbanistiche? A partire da questa domanda e in questo quadro definizionale del populismo odierno connotato dalla sua alleanza con il neoliberismo, si individuano alcuni rischi, potenziali e già in corso, anche per l’urbanistica intesa come insieme di pratiche, procedure e politiche che riguardano la continua trasformazione della città e dei territori abitati.

Aggravamento delle ingiustizie sociali e spaziali. Ascolto solo del popolo omogeneo con esclusione di chi non ne fa parte, ignorando le differenze economiche e culturali negli spazi urbani e andando contro la società multiculturale e multietnica degli anni a venire. Ulteriore smantellamento delle politiche di welfare e di inclusione, crescita di discriminazioni nell’accesso ai servizi pubblici, espulsione delle fasce di reddito più sfavorite dai centri urbani. Aggravamento delle disuguaglianze e ingiustizie sociali e spaziali già esistenti, privilegiando interessi economici a scapito della qualità della vita delle persone più vulnerabili.

Deregulation e semplificazione estrema delle procedure urbanistiche con l’obiettivo di rendere operativi progetti rapidi e di breve termine, ma scavalcando norme, leggi e piani attuativi. Il disinteresse crescente per i rischi ambientali, l’abbandono delle politiche europee di sostenibilità, la negazione dei cambiamenti climatici, la speculazione edilizia mascherata da rigenerazione, contribuiscono al grave indebolimento dell’urbanistica all’interno di una più ampia volontà di indebolire il valore della legalità.

Crescita degli autoritarismi in processi decisionali urbanistici imposti dall’alto dove vengono escluse competenze indispensabili, come quelle degli urbanisti, sia professionisti che accademici, e dove viene progressivamente limitata la libertà critica degli intellettuali e della società civile. Il potere politico guidato da quello economico-finanziario sta sempre più centralizzando il controllo della trasformazione e rigenerazione urbana, riducendo lo spazio per un confronto pluralistico ed evitando una vera ed inclusiva partecipazione democratica.

Aumento di forme di propaganda e manipolazione della realtà. Sono frequenti, anche da parte di amministratori locali, narrazioni falsate che, da un lato, cercano di garantire il consenso e, dall’altro, ignorano aspetti fondamentali, dando visibilità solo a certe prospettive e aspettative. È quindi essenziale contrastare questa propaganda univoca, trovare spazi di opposizione e promuovere una comunicazione davvero pluralistica, anche grazie a nuovi spazi di comunicazione e partecipazione democratica. Nelle procedure partecipative la comunicazione ha un ruolo centrale anche per il coinvolgimento della cittadinanza non solo ‘a valle’, ma anche ‘a monte’, perché possa contribuire maggiormente al processo decisionale.

Per concludere, qui si difende la tesi  che uno dei modi possibili per contrastare il populismo di oggi è lottare contro quella partecipazione esclusiva che ascolta solo la “voce del popolo” omogeneo, per coinvolgere invece in rinnovati processi decisionali urbanistici la varietà e diversità delle voci dei cittadini che compongono la popolazione, rifondando una democrazia partecipativa inclusiva come strumento complementare alla democrazia rappresentativa. Rinnovata partecipazione democratica pluralista quindi, come antidoto e necessaria forma di resistenza civica alle politiche populiste


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